La Mente Innamorata #3

LA RUBRICA DIARISTICA SULL’AMORE

LA PAURA SENZA NOME

I sogni sono le mie muse.

Mi capita spesso così: vado a dormire e, sognando, emergono frammenti di profonde verità. È come vedere un riflesso attraverso uno specchio in frantumi sulla moquette, un caleidoscopico insieme di tante piccole immagini che, come in un frattale, alla fine compongono quell’Uno, col suo senso, la sua forma, la sua densità.

Eppure, io non mi sento affatto densa. Sono impalpabile, come quei frammenti di specchio sulla moquette. Pezzi di sogno. Caleidoscopio di astratta natura. Perché, la verità, è che quella roba sono io. È il dono del mio inconscio. Emerge da me.

I sogni non sono le mie muse, in effetti, bensì gli strumenti attraverso i quali opera quell’ispirazione che mi abita dentro e che chiede sempre di emergere in ogni istante.

Ancora.

E ancora.

E ancora.

Come acqua sorgiva che sgorga dalla fonte.

Incontenibile.

Naturale.

Fluida.

Oggi, la Paura è venuta a trovarmi in sogno e mi ha chiesto di essere raccontata.

Razionalmente, potrei dire tantissime cose su tale emozione, tutte affascinanti e di rapida comprensione: la paura è conservativa, la paura è protettiva…e via così, ma nessuna di queste categorizzazioni porterebbe a compimento l’immagine del frattale che, in sogno, mi ha chiesto di essere espresso attraverso la mia voce.

Paura, angoscia.

Ho sempre amato la parola Angoscia: la paura non specifica di qualsiasi cosa.

Kierkegaard diceva “più profonda è l’angoscia, più profondo è l’uomo”.

In effetti, qui si trova una prima distinzione indispensabile alla mia riflessione, perché l’Angoscia non andrebbe mai confusa con la Paura.

La paura ha sempre un oggetto al quale è votata, la paura ha un nome, ha un volto: paura del buio, paura di un animale, paura di una malattia, paura dei ladri, paura della guerra, paura dell’amore. L’oggetto della paura è sempre nominabile, riconoscibile.

Dunque, contro la paura ci si può organizzare, la si può combattere.

L’angoscia, invece, è quella situazione emotiva propria dell’uomo che ricerca e indaga la vita: ciò per cui si è angosciati non ha un nome.

Nell’angoscia l’essere umano si sente spaesato, totalmente solo.

L’angoscia non trova consolazione alcuna.

L’angoscia è una pozza di sabbie mobili nella quale, se non presti attenzione, sprofondi fino a morire.

Sempre Kierkegaard, che su questo tema ci scrisse un trattato, sosteneva come l’angoscia fosse un sentimento in grado di purificare l’animo da ciò che è gretto e finto. Per lui, questo sentimento è alla base della libertà umana.

Analizziamo meglio il concetto.

Ciascun individuo ha una propensione naturale a progettare il proprio futuro.

Fin qui tutto ok, facile.

Si progetta, si pianifica, si sceglie e si decide, ma, per quanto ci si sforzi di essere costruttivi, è insita in ogni progetto umano la possibilità di realizzarsi o non realizzarsi, indipendentemente da ogni buona volontà.

Nel possibile tutto è possibile.

Questo è ciò che dà vita all’angoscia, la Paura senza Nome, perché essa è il sentimento dell’infinitamente possibile o impossibile, le sabbie mobili da attraversare prima di giungere alla propria prefissata meta.

Ed è qui che sta la Libertà.

La libertà di scegliere nell’infinito panorama delle possibilità, la libertà di svegliarsi una mattina e stravolgere la propria vita, la libertà di dire quel no che da anni ci schiaccia il cuore come un macigno, la libertà di amare o non amare, di restare o di partire.

Ovvio che tutto ciò spaventi.

Quante guerre, quanto dolore, quanto sforzo pur di uccidere quella maledetta libertà.

Questo è il punto.

Poeti, scrittori, artisti di ogni genere decantano la libertà e la gente impecorita fa loro il coretto, magari tatuandosi quella sacra parola sulla pelle, per poi nasconderla sotto ad una manica a righe da carcerato, mentre accetta ogni giorno una vita che non è la sua.

Smettetela di bestemmiare così la Libertà, perché vi terrorizza nel profondo e, se non ne avete paura, siete dei folli.

Mi guardo attorno e vedo la quasi totalità della massa sfuggire all’angoscia vendendo via l’infinito delle possibilità. Sputtanando tutto ciò che realmente ha: non i soldi, non il lavoro, ma la vita stessa che chiama la Libertà per assioma. Che razza di vita è se la si spende in gabbia?

Volete vivere o sopravvivere?

Sia chiaro, non sto puntando il dito contro nessuno, né è mia intenzione giudicare.

Ricordate, sono lo specchio in frantumi sulla moquette. Niente di più.

Davanti a voi c’è un orizzonte immenso che si dispiega in ogni direzione: cosa ci sarà laggiù? Forse una foresta. Forse il mare. Il mondo è vostro ed è lì. A pochi metri da voi si estende tutto il possibile. C’è solo una cosa che dovete fare: attraversare le sabbie mobili.

Il punto, però, è che quelle sabbie mobili sono potenzialmente mortali.

Così, c’è chi resta fermo e contempla con profonda tristezza tutto ciò che vede, ma teme di raggiungere. E c’è chi rinuncia anche solo alla possibilità della visione, scegliendo di osservarsi la punta dei piedi, ignorando con disprezzo il mondo che è lì a disposizione. Ecco, questi sono quelli che, alla fine, decantano e si tatuano la libertà sulla pelle, come se l’inchiostro nero lavasse via la colpa di vivere in un recinto.

Quelli che ci provano, quelli che il passo in più lo compiono davvero e nelle sabbie mobili ci entrano, non hanno il tempo di andare dal tatuatore, non si accorgono nemmeno di essere degli eroi, perché stanno letteralmente affrontando vis-à-vis la Paura Senza Nome.

E, quando lo si fa, si è sempre – sempre – dannatamente soli.

Ora, io amo parlare per metafore e, sentendomi una di quelle anime brave che ha scelto di attraversare l’Angoscia, di primo acchito ho optato per l’immagine delle sabbie mobili, essendo quella la cosa più simile alla sensazione che si prova quando si sceglie di andare verso la Libertà.

Tuttavia, benché io sia fiduciosa sull’esito positivo della traversata, ho anche pensato che a qualcuno dei lettori potrebbe non bastare la mia umile parola come elemento di sicurezza. Giustamente, tra l’altro. Quindi, essendo a mia volta ancora alle prese con la Paura Senza Nome, per un attimo mi sono dovuta fermare e chiedere a me stessa: come diamine ci si esce dalle sabbie mobili??? Starò facendo l’esempio giusto, oppure sono una pazza suicida che quella Libertà non la raggiungerà mai?

Perché, per retaggio Hollywoodiano, in effetti, le sabbie mobili sono indice di morte quasi certa. Una roba simile la ricordo anche nel videogioco Prince, una robetta per PC di tipo 30 anni fa alla quale giocava sempre mia mamma. Quando il principe finiva nelle sabbie mobili era game over.

Ad ogni modo, tornando a noi, per dare una speranza a chi legge (e a me stessa, lo ammetto), sono andata a cercare sul web come uscire dalle sabbie mobili e sono felicissima di aver azzeccato appieno l’esempio, perché calza in maniera egregia. Brava Valentina.

Dunque, siamo rimasti a quei pochi coraggiosi amanti della libertà che si avventurano nella pozza di Angoscia e iniziano a sprofondare lentamente. Il primo passo è di mantenere la calma e, fin qui, anche Hollywood ci è venuta in soccorso. La cosa curiosa è la parte successiva, perché in genere siamo portati a pensare: “bene, stiamo calmi e chiediamo aiuto, arriverà qualcuno con una corda e ci tirerà fuori”.

Noi esseri umani siamo bravissimi a delegare la responsabilità agli altri.

Tuttavia, come sosteneva Kierkegaard (e per come la sperimento anche io), l’Angoscia non trova consolazione alcuna. SI è soli. Nessun aiuto esterno.

Ebbene, nelle sabbie mobili funziona allo stesso modo perché, se qualcuno provasse a tirarci fuori con una corda, ci ammazzerebbe: infatti, per estrarre un solo piede ci vorrebbe la forza che serve per sollevare un’auto e, per la resistenza, il corpo si spezzerebbe.

L’unica cosa da fare è lasciarsi andare all’indietro, distendersi sulla schiena e scivolarci su, galleggiando. Piano piano, con lentezza, si potranno allora muovere le gambe per “nuotare” via, verso la riva, al sicuro.

Alla fine, la soluzione è la resa. Solo così si affronta la Paura senza Nome. Solo così si arriva alla sponda opposta, all’infinito delle possibilità che la vita ha da offrire.

Lo so, sarebbe bello potervi giungere con una simpatica passeggiata in un prato, ma questa è un’illusione. Perché la verità è che non siamo immersi in un paesaggio, ma nella profondità della nostra stessa anima e lì si gioca secondo regole molto diverse.

Per questo, quando ci si sveglia una mattina con il desiderio di cambiare vita, poi, tendenzialmente, non lo si fa. Così come quando si è davanti a quella persona che ci manda a fuoco ogni centimetro di pelle, ma ci si limita a guardarla e farla scivolare via nel silenzio che copre il sottomondo inespresso di ciò che sentiamo.

Perché ci sono le sabbie mobili. Perché fa paura. Perché poi si potrebbe morire.

Il rischio c’è, ovvio.

E, allora, si potrebbe pensare che quello che sceglie di guardarsi i piedi e non muoversi, alla fine sia più saggio e conservativo. Non è forse libertà anche la scelta di rinunciare?

No, non lo è.

Si può decidere, certo, ma che razza di libertà è quella di rinchiudersi in una gabbia le cui sbarre sono fatte dell’Angoscia stessa che si cerca di evitare?

Ciò nonostante, durante questa mia traversata, mi capita di rimpiangere quel lato della sponda e di invidiare coloro che scelgono di restare lì. È umano.

Quel che posso dirvi è il perché io ho scelto di andare avanti.

Mentre ero lì, a guardare l’orizzonte dell’infinitamente possibile, ho pensato ad una cosa: io morirò.

Lo farò certamente, indipendentemente dal luogo, dal giorno e dall’ora in cui ciò avverrà e che, per benedizione divina, non mi è dato sapere. Io morirò. Questo è garantito. Ma, nel frattempo, voglio vivere. Nella peggiore delle ipotesi, me ne andrò con la dignità di chi ci ha provato, di chi ha saputo prendere la vita per ciò che è: movimento, non stagnazione. Dinamismo, non fossilizzazione.

Tra amare e non amare, io ho sempre scelto – e sempre sceglierò – di amare.

Un luogo, un paesaggio, un uomo, un animale, la vita.

Amare fino a consumarmi l’anima.

Amare perché quella è l’unica libertà che posso contemplare per me stessa.

Amare l’orizzonte.

Amare l’infinitamente possibile o impossibile.

Amare persino le sabbie mobili, perché nel pericolo di vivere mi insegnano, giorno dopo giorno, quanto è prezioso ogni singolo respiro. Perché nella paura di sprofondare ho scoperto l’essenza del coraggio, il quale non significa non temere nulla, ma vivere col cuore.

Amare la vertigine, perché se la si prova vuol dire che si è sul tetto del mondo.

Amare il proprio dolore quando si è soli, nella notte oscura della Paura senza Nome, vulnerabili naufraghi in una vita che è intensa, ma bellissima.

Così, stavo lì, ferma sulla sponda dell’esistenza a contemplare il da farsi e ho compreso che per me non esisteva scelta: dovevo avanzare, perché sono fatta di amore e l’amore non si può mettere in un recinto.

Inoltre, sono certa che le sabbie mobili abbiano una fine, perché, di fondo, si dissolveranno quando si comprenderà col cuore che esse hanno la stessa consistenza dei sogni che facciamo, di quei miei frammenti di specchio sulla moquette. Ci vorrà il tempo che ci vorrà, ma spariranno anche loro.

Sono tutti pezzi di noi.

Ci abitano dentro.

Li conteniamo, come quella dannata paura della libertà.

Libertà che è proprio lì, appena fuori da noi, nell’aria che si tramuta in vento e racconta alla nostra pelle di luoghi lontani, baci mai dati, sogni che aspettano in un cassetto.

Io so che morirò, come chiunque. Ma, quando arriverà quel giorno e mi troverò a dover confessare l’anima davanti al grande riflesso della vita che ho speso, nuda, col cuore su una bilancia, saprò che sarà sempre e comunque più leggero di una piuma, perché avrò amato l’esistenza stessa e ogni sua sfumatura.

Perché avrò vissuto o sarò morta provandoci.

Nessun rimpianto.

Io, sarò comunque libera.