La Mente Innamorata #1

LA RUBRICA DIARISTICA SULL’AMORE

Ho sempre provato fascino per i quaderni: piccoli, grandi, colorati, rivestiti in pelle, a righe, bianchi, puntinati.. Fin da piccola, fin da quando alle elementari mia mamma mi portava in cartolibreria per acquistarne uno utile alla scuola, amavo guardare la commessa prenderli dallo scaffale, posarmeli davanti e sentirmi dire: “scegli”. Profumavano di buono, di carta fresca, immacolata, pronta ad accogliere tutto ciò che vi avrei riversato sopra con pazienza e grazia. C’erano quelli destinati alle lezioni e quelli dedicati ai miei pensieri.

Qualche settimana fa, mentre sgomberavo la cantina, ho trovato uno dei miei preziosi tesori dentro ad uno scatolone. Era datato 2002, quindi lo avevo scritto ad appena 13/14 anni. E non ho mai smesso. La verità, è che ho sempre scritto tantissimo. Da ventenne, poi, sull’onda della passione per la beat generation, avevo iniziato a fumare Pall Mall come Kerouac e a preferire i quadernetti Moleskine. Ne avrò scarabocchiati decine e decine, tracciandoli con inchiostro, pensieri, caos e lacrime.

“Io esisto”. I miei taccuini giovanili straripano delle laceranti richieste di essere vista. “Io esisto”. Come se nel tormento degli anni passati, non avessi fatto altro che implorare qualcuno (ma chi?) di confermare la mia stessa presenza nel mondo.

Ho frequentato diversi uomini nel corso della mia vita, nella speranza di raccogliere un testimone della mia stessa esistenza. Dal “penso, dunque sono” al “se mi ami, allora esisto”. E sono stata amata, più di molte altre persone. Ciò nonostante, qualcosa era sempre congelato in me, come quel profondo senso di solitudine dopo l’amplesso, quando alla fine ti rendi conto che il bello non era il raggiungimento del piacere estremo, ma la ricerca scrupolosa dell’altro. E poi? Un istante di luce che esplode dentro alle palpebre e il mondo torna ad essere più nero di prima. Cercavo, cercavo disperatamente, ma non sapevo nemmeno io cosa. Forse me, forse la consistenza della vita, forse di sentirmi amata più di quanto mi facessero sentire gli altri. Non bastava mai. E, nel frattempo, gli uomini che mi avevano camminato accanto restavano in attesa che mi arrendessi al quotidiano, alla routine, alla stabilità che ciascuno di loro mi aveva offerto, a modo suo.

Solo uno è riuscito a mettermi l’anello al dito, tanti anni fa ormai. Ci riuscì perché per farlo mi portò su una scogliera Californiana e mi promise una vita intensa, piena di emozioni e col piede sempre sull’acceleratore. Mantenne la promessa, glielo concedo. Lo sposai due volte in due continenti. O forse, fu il mio bisogno a sposarlo.

Il mio bisogno di esistere. Di vivere. E sentire. E pulsare attraverso l’amore di qualcuno, perché di certo non riuscivo a farlo attraverso a quello per me stessa. Una premessa del genere non può essere funzionale per un matrimonio: “Amami come non riesco a fare da sola”. E poi, per quanto l’adrenalina di una vita avventurosa dia dipendenza, maturando realizzai che la noia, la routine e la stabilità erano necessarie per non impazzire. Così, fuggii di nuovo, ancora affamata.

Fu allora che mi avvicinai ad una visione più spirituale della vita ed iniziai a pregare. Inizialmente ero intimorita dalla preghiera, perché sapevo non potesse trattarsi di un semplice padrenostro, ma di un qualcosa che avrei dovuto chiedere a chissà chi. Io mi sono sempre considerata agnostica, quindi non mi sentivo di appartenere ad una cultura religiosa piuttosto che ad un’altra. Inoltre, gli ambienti new age mi hanno sempre molto irritata, lo ammetto con candore sperando che nessuno si offenda. Poi, c’era anche un’altra cosa che mi spaventava molto: era terrificante l’idea di essere esaudita.

Chiedere? Come si fa a chiedere? E cosa si chiede? E poi, non sapevo come rispondere. La grande risposta non ci è data ed è pericoloso provare a toccarla. Avrei preferito essere in grado di chiedere umilmente, ma mi sentivo un enorme ed ingombrante essere umano. Tutto ciò mi metteva in allarme ancora di più: per tutta la vita ero stata attenta a non essere grande dentro di me, per non avere dolore. Mi ero affidata a braccia straniere per sapere che non mi ero semplicemente sognata. “Se mi ami, allora esisto”. Dunque, chiedere poteva diventare pericoloso se poi fossero arrivate le risposte vere. Niente più giochi o illusioni. Le vie di fuga sprangate e solo uno specchio immenso piazzato davanti a me.

Guardati, sei questa qui.

Mi aggrappavo con ferocia alla ricerca di un modo per andare avanti evitando il confronto con me stessa. Poi, un giorno, dopo aver errato per mezzo mondo, arrivai in Scozia. Viaggiare era parte del mio modo di apprendere me stessa attraverso l’universo, perché ancora non avevo compreso una verità sacrosanta: si comincia a sapere quando si smette di conoscere. Così vagavo, con la mente e con i piedi, assetata di spiegazioni, paesaggi, storia, culture e persone. Chiunque avesse qualcosa da insegnarmi, per me meritava il titolo di maestro. Eppure, quel primo viaggio in Scozia non fu accolto dal mio spirito vagabondo allo stesso modo di sempre: ne avevo paura. Non c’era una spiegazione razionale, ma ricordo di aver tentato di annullarlo, di riconvertire i biglietti aerei per una meta decisamente più popolare, come Minorca. Tutto, ma non la Scozia. Ma perché?

Poi, in un giorno di settembre, il mio volo atterrò a Glasgow e solo allora realizzai che, in un modo o nell’altro, la Scozia mi aveva comunque chiamata a sé. Provavo una forte ansia, perché ero quasi certa che quel viaggio mi sarebbe costato la vita. In quel momento, mi sono sentita smarrita, salva da un naufragio e gettata su una spiaggia buia, fredda, deserta. La Scozia mi stava dando il dolore più insolito, quello della mia reale perdizione. Riconoscermi smarrita non era la sola verità, ma la mia stessa irrealtà. Così come quella degli altri.

La verità è che non ci sono alternative: si passa sempre e per forza davanti a quell’immenso e spaventoso specchio. In Scozia, sulla Dunnet Beach, mi arresi a me stessa e decisi di interrogare quella versione di me che da anni mi osservava al di là del riflesso che avevo sempre evitato.

Non ti interessa più niente. Ti sei fermata con la possibilità del dolore, cosa che non si fa mai impunemente. Ti sei soltanto fermata e non hai trovato nient’altro. Ma, in verità, dentro di te serbi quel desiderio di ricerca intensa e speranza violenta che hai proiettato all’esterno. Ma il punto, è qui. Tutto l’Amore del mondo è sempre stato solo qui. Guardati. Ascoltati. Questa è la tua verità.

Non amiamo, al di sopra di tutte le cose. Non accettiamo ciò che non si capisce perché non vogliamo passare per ingenui. Accumuliamo cose e sicurezze perché non riusciamo ad averci reciprocamente. Non abbiamo allegria che non sia stata già catalogata. Costruiamo cattedrali e ne rimaniamo al di fuori perché le cattedrali che noi stessi costruiamo potrebbero crollare e intrappolarci per sempre. Non ci consegniamo a noi stessi poiché questo sarebbe l’inizio di una vita più vasta e noi la temiamo. Evitiamo di cadere in ginocchio davanti al primo di noi che per amore dica: hai paura. Organizziamo associazioni e club. Cerchiamo di salvarci ma senza usare la parola salvezza per non vergognarci di essere innocenti. Non usiamo la parola amore per non doverne riconoscere la potenza e le contraddizioni. Teniamo segreta la nostra morte per rendere possibile la nostra vita. Ci sono coloro che dissimulano con falsa carità la nostra indifferenza, sapendo bene che la nostra indifferenza è angoscia dissimulata. Parlare di ciò che realmente importa è considerato una gaffe. Non siamo puri e ingenui per non ridere di noi stessi e per non sentirci degli sciocchi a fine giornata. Sorridiamo in pubblico per delle cose per le quali, da soli, non avremmo sorriso. Chiamiamo debolezza il nostro candore. Ci temiamo l’uno con l’altro, più di ogni altra cosa. E tutto questo lo consideriamo la nostra vittoria di ogni giorno.

Prima di arrivare in Scozia – o prima che la Scozia arrivasse in me – raccoglievo tutte le mie forze per fermare il dolore. Che dolore era? Il dolore di esistere? Di appartenere a qualcosa di sconosciuto? Di essere nata? E poi, arginato il dolore come se non ci fosse neppure stato, esausta, mi addormentavo. Quando misi piede su quella Spiaggia, invece, qualcosa mi si ruppe dentro e compresi che solo nella morte non esiste dolore, ma io ero viva. Lo siamo tutti. Anche tu che leggi. Ed evitarlo non ha senso, perché è come rinnegare l’esistenza stessa. E, guardarsi allo specchio, spesso fa provare un immenso dolore, per questo non lo facciamo. Non puoi fingere che sia tutto a posto, che una storia d’amore, un lavoro o una routine ti stiano ancora bene se ti soffermi sul riflesso che rimandano i tuoi occhi.

Guardati. Come sono? Hai occhi felici o tristi?

Fino a quel momento avevo rinnegato il mio dolore subendo sopportabilmente l’angoscia e avevo fatto tutto ciò per mancanza di grandezza in me stessa. Come posso spiegare che, dal lontano dentro di me da cui giungevo, infranta la paura della nudità del mio cuore, stavo infine lievemente respirando? Come posso spiegare che il primo vagito di un neonato non è suono di gioia, ma il grido di dolore dell’aria che per la prima volta dilata improvvisamente i polmoni?

Rinascere non è una passeggiata e l’Amore non è una robetta da romanzi rosa.

L’amore è vita e la vita, come l’Amore, porta anche dolore.

Si può scegliere di evitare gli specchi. Si può scegliere l’anestesia.

La domanda che ti pongo io, però, è la seguente: perché sprecarla? Perché sprecarti? Perché esistere come qualcuno che non sei quando puoi strappare il cerotto e vivere davvero ciò che è già qui per te?

Rinascere sé stessi, senza illusioni, è il più grande atto di amore.

Permettilo a te.

Permettilo agli altri.